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«L’ETNOLOGIA NEL DE RERUM NATURIS DI RABANO MAURO PAOLO ROSANO Secondo Friedrich Ohly “il significato della parola è stabilito dall’uomo per ...»

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Studi Linguistici e Filologici Online 9

Dipartimento di Linguistica – Università di Pisa

www.humnet.unipi.it/slifo

L’ETNOLOGIA NEL DE RERUM NATURIS DI RABANO MAURO

PAOLO ROSANO

Secondo Friedrich Ohly “il significato della parola è stabilito

dall’uomo per manifestare il suo volere. Il significato delle cose,

invece, è fissato da Dio. Per mezzo della parola l’uomo comunica col

suo simile, per mezzo della cosa Dio parla all’uomo” 1. Due sono quindi i linguaggi esistenti: uno verbale che è fondato dall’uomo e uno non verbale che è relativo al mondo della natura universalmente inteso. Non si tratta solo di cose percepibili attraverso i sensi, ma anche di realtà ultraterrene delle quali nessun linguaggio umano è in grado di esprimere il contenuto. Ci soccorre in questo caso il testo biblico il quale riporta il messaggio rivolto da Dio all’uomo. E’ tuttavia avvolto in un velo allegorico per scoprire il quale si sono affaticati i più dotti teologi ed esegeti.

L’incapacità o la difficoltà da parte dell’uomo di intendere il messaggio divino è frutto della decadenza susseguita alla caduta di Babele, poiché l’uomo, nella sua innocenza adamitica aveva interpretato le cose nel giusto modo. Per questo “l’allegoria rende nuovamente accessibile, attraverso il senso rivelato, il senso originario della natura, il quale aveva lasciato soltanto tracce e segni indistinti”2.

1 F. Ohly, Vom geistigen Sinn des Wortes im Mittelalter, Darmstadt, 1966 IV-24 pp., trad.it. in Geometria e memoria, Il Mulino, Bologna, 1985, pp. 249-75 (p. 259).

2 H. Blumenberg, Die Lesbarkeit der Welt, Suhrkamp, Frankfurt, 1981, trad.it.in La leggibilità del mondo, Il Mulino, Bologna, 1984, p.50. Cfr. anche P. C. Bori, Studi Linguistici e Filologici Online ISSN 1724-5230 Volume 9 (2011) – pagg. 261-286 P. Rosano – “L’etnologia nel De rerum naturis di Rabano Mauro” Studi Linguistici e Filologici Online 9 Dipartimento di Linguistica – Università di Pisa www.humnet.unipi.it/slifo Nell’Eden ad Adamo era stata concessa la facoltà di nominare le cose 3 che erano appena state create da Dio. Vi era stata allora perfetta coincidenza tra linguaggio divino e linguaggio umano. La stessa creazione era avvenuta per mezzo della parola e Dio stesso è il Verbo.

Possiamo allora parlare di trasferimento di potere all’uomo il quale, creato dalla parola, crea attraverso la parola.

L’equilibrio si spezza in seguito alla costruzione della torre di Babele come chiaro atto di superbia dell’uomo che aveva voluto farsi un “nome” artificiale in contrasto con la natura della creazione. Di qui deriva la nostra incapacità di comprendere il linguaggio dell’uomo e di raccogliere l’eredità adamitica. Dobbiamo intendere che la lingua originaria si fosse conservata intatta fino al momento di Babele? O che lo stesso episodio avesse segnato l’ultimo atto della decadenza susseguita al peccato originale? 4. Rabano, seguendo le orme di Isidoro, 5 individua nell’ebraico la lingua originaria e, credendo nella sua sopravvivenza al naufragio babelico, ne sottolinea la purezza e la conservazione in tale stato fino ai suoi tempi 6. Essendo l’episodio L’interpretazione infinita. L’ermeneutica cristiana antica e le sue trasformazioni, Il Mulino, Bologna, 1987, pp. 91-108.

3 “ omnibus animantibus Adam primo vocabula indidit appellans unicuique nomen ex praesenti institutione juxta conditionem naturae cui serviret ”, (VII, 8), PL 111 199 B.

4 P. Zumthor, Babele ou l’inachèvement, Paris, Editions du Seuil, 1997, trad.it.in Babele, Il Mulino, Bologna, 1998, pp. 79-93 (pp. 88-9).

5 Come si sa, Rabano deve a Isidoro quasi tutta la parte etimologica dell’enciclopedia, per cui rimando a E. Heyse, Hrabanus Maurus Enzyklopaedie,De rerum naturis’. Untersuchungen zu der Quellen und Methode der Kompilation, Muenchen, 1969.

6 “illa lingua, quae ante diluvium omnibus una fuit, quae et Haebraea nuncupata est” (VII, 8), PL 111 199 B, 199 C e, ancora “Heber, in cujus domo propria loquela remansit” (II, 1), PL 111 35 B. Per tutti questi motivi cfr. anche il commentario alla

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della nascita delle lingue riconducibile alla torre di Babele è da qui che occorre partire per seguire il percorso di analisi del nostro autore.

1. La torre di Babele “Turres vocatae, quod teretes sint et longae. Teres est enim aliquid rotundum cum proceritate, ut columna. Nam et quamvis quadratae aut latae construantur, procul tamen videntibus rotundae existimantur: ideo, quia omne cujusque anguli simulacrum per longum aeris spatium evanescit atque consumitur, et rotundum videtur ” 7.

E’ questa la definizione che dà Rabano della torre, inserendola nel capitolo dedicato agli edifici. Il plurale esprime la volontà di mettere in luce un carattere comune a queste costruzioni: la forma tondeggiante e la linea slanciata a guisa di colonna. Subito dopo però aggiunge che si sorreggono su un’ampia base quadrata.

L’incongruenza si spiega col punto di osservazione da cui le torri si guardano, che è lontano da loro e, di conseguenza, interviene a deformarne gli spigoli annullandoli.

Genesi, (I, 14), PL 107 483 D-485 D. Non a caso nel De inventione linguarum, PL 112 1579-81-83 Rabano inizia con l’esposizione dell’alfabeto ebraico per poi passare a quello greco, latino, scitico e tedesco. M. Olender, nel suo libro Le langues du Paradis. Aryen et Sémite: un couple providentiel, Paris, Edition de Seuil, 1989, trad. it. in Le lingue del Paradiso. Ariani e Semiti: una coppia provvidenziale, Il Mulino, Bologna, 1991, sottolinea il conservatorismo linguistico e culturale dei Semiti di contro al progresso civile e scientifico degli Ariani.





7 XIV, 1, PL 111 384 D- 385 A.

263 Studi Linguistici e Filologici Online 9 Dipartimento di Linguistica – Università di Pisa www.humnet.unipi.it/slifo Dal punto dei materiali di costruzione, sono i mattoni (lateres) di argilla 8 che verranno poi cotti al forno a costituire l’ingrediente principale. Questo però non viene dichiarato subito dall’autore che lo rimanda invece al loro significato allegorico di elementi con cui si costruì la famosa torre di Babele.

L’altro materiale che fu usato per la sua edificazione è il bitume (bitumen) di cui Rabano ci fornisce in altro luogo alcune informazioni 9. Esso emerge dal mar Morto, nella parte della Giudea, in placche pericolose per la navigazione. Questo materiale ha come caratteristica quella di essere della stessa natura del fuoco, ma anche di resistere all’acqua e al ferro. Il suo impiego è nella costruzione delle navi. E’ importante notare allora come nell’analisi allegorica Rabano faccia riferimento alla costruzione dell’arca da parte di Noè per comando di Dio 10. In questo caso il termine bitumen assume una connotazione positiva, contrariamente a quanto avverrà per la costruzione della torre in cui vengono impiegati, come già detto, i mattoni, mentre nell’arca, appunto, il legno.

La torre costruita con mattoni al posto delle pietre e bitume come caementum che funge da fondamento è ovviamente quella di Babele per cui Rabano in due luoghi introduce le notizie bibliche 11. Da un lato 8 XXI, 3, PL 111 561 B.

9 XVII, 2, PL 111 459 B- 459 C.

10 Gen. VI, 14.

11 XIV, 1, PL 111 380 B- 380 C che corrisponde a Gen. X, 10 e XXI, 3, PL 111 562 A che si riferisce a Gen. XI, 1. Le etimologie ex diversarum gentium sermone sono riconducibili a Gerolamo, per cui rimando a Paul De Lagarde, Onomastica sacra, Gottingen, 1887. Per un commento a Gen. XI, 1-9 cfr. il Commentarium. in Genesim, PL 107 528 A A-531 A.

264 Studi Linguistici e Filologici Online 9 Dipartimento di Linguistica – Università di Pisa www.humnet.unipi.it/slifo l’attenzione si incentra sul territorio di Sennaar, dove essa fu edificata e su Nimrod 12 che fondò Babilonia, dall’altro sulla torre vera e propria costruita dagli uomini venuti dall’oriente e stabilitisi sempre a Sennaar. Solo in quest’ultimo caso l’etimologia è accompagnata dall’allegoria che collega la torre alla superbia di questo mondo 13 e alle dottrine empie degli eretici che, spinti dalla superbia stessa, vollero penetrare illecitamente i segreti divini. Come i primi furono puniti con la confusione delle lingue 14, così questi sono esclusi dall'unità della fede e a loro volta divisi nelle loro dottrine erronee.

Se ritorniamo alla narrazione biblica, ci accorgiamo che accanto alla torre si parla anche di una città che dovrebbe portare lo stesso nome. Si tratta di Babilonia, fondata anch’essa da Nimrod, ampliata dalla regina Semiramide che ne fece costruire le mura con mattoni e bitume, governata da Nabuccodonosor. In questo caso l’allegoria prevede per Nabuccodonosor il significato di diavolo poiché, come egli distrusse Gerusalemme incendiandone il tempio, così questo istilla odio in seno alla santa Chiesa e mira a traviare gli uomini, identificati nel tempio di Dio, con l’ardore dei desideri mondani.

Come si può notare, appare qui definita una prospettiva storica che, ricollegandosi agli eventi originari, ne propone una successione che 12 PL 111 337 A. Nimrod ha come attributo venator, VIII, 1, PL 111 226 A, con riferimento a Gen. X, 9, come etimologia ex diversarum gentium sermone di matrice geronimiana tyrannus che edificò la torre dell’empietà, come significato mistico diabolus, II, 1, PL 111 35 A- 35 B.

13 In XIV, 1, PL 111 385 A- 385 B Rabano introduce il significato negativo attribuito alla torre di altezza della superbia.

14 XVI, 1, PL 111 435 C- 437 B.

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vede l’introduzione, tra l’altro, di personaggi collocabili anche al di fuori del quadro biblico. Si noti inoltre, a testimonianza della relazione con la narrazione della torre, la presenza di materiali analoghi usati per l'edificazione delle mura.

2. La nascita delle lingue.

La nascita delle lingue dei popoli viene fatta risalire da Rabano proprio alla costruzione e alla successiva caduta della torre di Babele.

Prima di questo infatti sulla terra non esisteva che un’unica lingua che era l’ebraico ed era usata dai patriarchi e dai profeti sia come mezzo di comunicazione quotidiano che come espressione delle lettere sacre. In questo modo non esisteva che un unico popolo che parlava una sola lingua.

La susseguente diversificazione delle lingue portò con sé una necessaria differenziazione dei popoli. Ma Rabano tiene a precisare l’asse temporale dei due eventi. Mentre all’inizio vi erano allo stesso tempo quot gentes, tot linguae, successivamente fu dalle lingue che

nacquero i diversi popoli:

“Ideo autem prius de linguis, ac deinde de gentibus posuimus, quia ex linguis gentes, non ex gentibus linguae exortae sunt” (XVI, 1) 15.

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Questo si può spiegare col riferimento alla storia della torre mediante la cui costruzione gli uomini si proposero di darsi un nome 16. La lingua adamitica era insufficiente a tal fine, avendo essa imposto un nome soltanto alle cose. L’uomo sentì di non appartenere a questa categoria e, di conseguenza, avvertì la necessità di distinguersi. La molteplicità degli uomini che confluirono a Sennaar era consapevole di non possedere una propria identità, ma di poterla raggiungere attraverso la costruzione di una torre che fosse anche un simbolo materiale della propria tensione verso il divino. Questo tuttavia generò in loro la superbia, volendo essi raggiungere il cielo e celebrare il proprio nome. Il tentativo di emulare Dio fu per loro causa di perdizione ed essi, alla ricerca di un’identità culturale, si trovarono dispersi su tutta la terra e in una condizione di completa incomunicabilità. Secondo Rabano è ravvisabile una contrapposizione uomo-Dio laddove quest’ultimo, quando interviene a distruggere l’opera dell’uomo, parla alla prima persona plurale. Questo sta ad indicare l’unità delle tre persone divine di contro all’avvenuta dispersione dei popoli. Al momento della creazione anche l’uomo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, possedeva questa unità che si realizzava nell’uso di un’unica lingua la quale, anche dopo la caduta di Babele, si sarebbe conservata nella stirpe di Heber da cui poi nascerà Gesù. Di qui deriva anche il problema di quale fosse la lingua parlata da Dio al momento della creazione. Pur essendo difficile dare una risposta, Rabano la individua in quella pre-babelica. Ma per 16 Gen. XI, 1-9. Per un commento a questo capitolo cfr. il già citato Commentario di Rabano al Genesi.

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quanto riguarda quest’ultima, alcuni sostengono che Dio parli agli uomini nelle loro diverse lingue sin da quando apparve loro nelle vesti di uomo 17.

Ammettendo allora che quello di Babele sia stato un problema di identità culturale che, come conseguenza negativa, ha portato l’uomo a dividersi dalla sua inconsapevole unità originaria e a disperdersi sia linguisticamente che geograficamente, occorre in qualche modo ricostruire, anche se artificialmente, un’unità originaria. Una spinta in tal senso ci viene offerta dalla croce su cui troviamo le iscrizioni in ebraico, greco e latino. La via per la restaurazione ci è indicata da Cristo che ci fornisce in tal modo la chiave per la comprensione e la decifrazione della sacra Scrittura. La conoscenza di tutte e tre le lingue è ritenuta indispensabile, poiché, qualora ci si imbatta in un passo poco comprensibile col metro di una sola, è sempre possibile in questo modo rifarsi all’altra.

Ma Rabano si mostra attento anche al corpo della lingua, da lui concepita non come codice predefinito e fisso che neghi ogni variante locale, bensì come materia fluida che si differenzia non solo per registro, ma per identità culturale dei parlanti. Il greco infatti, lingua che, rispetto alle altre, gode di maggior prestigio presso gli uomini, poiché più armoniosa, si suddivide in cinque varietà: la coine, che è un po’ il fondo comune alle altre e per questo è parlata da tutti; l’Attica, parlata dagli Ateniesi e dagli autori greci; la Dorica, parlata da Egizi e Siculi; la Ionica; la Aeolica, usata dagli Eoli. Il latino invece secondo 17 Nel commento a I Cor. XIII, 1 Rabano accenna anche al problema di quale sia la lingua degli angeli, senza però addentrarsi nella questione.

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